Colei
che sfidando le leggi del padre fugge con Giasone per amore,
e la sua fuga è l'atto autonomo di una donna presa da
eros, non di una donna consegnata dal padre al nuovo uomo che
la custodirà, il marito. Ma quando da lui si ritrova
tradita per una fanciulla più bella e più giovane,
inutilmente blandita dalle parole del marito che vuole ripudiarla
per "doveri politici", uccide i figli per vendicarsi.
Si vendica uccidendo la progenie che ha generato, la carne della
sua carne, eliminando la discendenza del marito. L'uccisione
della rivale non è nulla in confronto a quella dei figli.
La donna pronta a tutto, che gioca sul bisogno maschile di possedere
per essere qualcosa. Un lusso che la donna può permettersi
di avere è quello di passare dal tutto al niente e di
permettersi gesti di rottura e di distacco. Medea è l'emblema
delle donne che non sono soggette a un rapporto possessivo col
mondo. E' lei, con cinismo, che dice che "bisogna comprare
un uomo" con la dote per sposarlo e farne il padrone del
proprio corpo. Medea non è la donna che sa lasciare,
ma quella che sa prendere, scegliere e rivendicare il suo desiderio
attivo. Si dirà che questo personaggio è costruito
sul registro dell'eccesso. E per trovare una figura femminile
dimessa e apparentemente non interessata al desiderio dove bisogna
cercare?
Nei
poemi omerici, Penelope è l'emblema della Moglie. Legittima,
fedele, in perenne attesa che il marito Odisseo ritorni. E'
la donna lacerata dall'indecisione di accettare la corte dei
pretendenti che affollano la sua casa, e di aspettare il ritorno
dell'uomo che ama. Gioca con la tela. E quando viene scoperta,
decide di organizzare una gara con l'arco per scegliere il migliore
e colui che è all'altezza del marito: è troppo
intelligente per lasciarsi abbindolare o confondere dai doni
che le vengono offerti per diventare sposa di qualsiasi giovane
aristocratico di Itaca. Non sapendo che Ulisse è già
lì, vestito da mendicante, e avrà la sua vendetta
usando l'arco che solo lui può maneggiare: ucciderà
tutti gli avversari.
La
differenza abissale tra i due personaggi la si nota anche nelle
abitudini sessuali: mentre Ulisse nei suoi lunghi anni di peregrinazione
si unisce carnalmente con tantissime donne, che siano esse dee,
semidee, maghe, e ha continui richiami erotici da sirene e figlie
di re, Penelope, nonostante fosse desiderata da tutti gli aristocratici
di Itaca, rimane fedele al marito. Non agisce contro Ulisse,
tradendolo, ma al contempo si domanda qual'è la cosa
giusta da fare: la società coniugale esige molto di più
da una donna che da un uomo, poichè l'obbligo della fedeltà
pesa in misura disuguale sull'una e sull'altro.
Penelope
è l'opposto di Clitennestra, la moglie di un altro eroe
di Troia, Agamennone: negli anni in cui lui è lontano
da casa, lei cova il rancore dell'uccisione della figlia Ifigenìa,
si trova un amante (Egisto), e al ritorno del marito si offende
ancora di più perchè ha osato portare a casa una
concubina, Cassandra, la profetessa di Apollo destinata a non
essere creduta. Ed è proprio lei che sente la disgrazia
arrivare.
Agamennone
verrà ucciso nella vasca da bagno dalla coppia malvagia
Clitennestra ed Egisto, pagando per l'umiliazione inflitta alla
moglie. Clitennestra è una donna tutta d'un pezzo, non
ha indecisioni come Penelope, ha un piano e lo porta a termine
con freddezza e lucidità. Due personaggi, quelli di Penelope
e di Clitennestra, davvero grandi.
E
nei concetti filosofici, c'è un itinerario della sessualità?
Per i Greci l'anima concepisce, è gravida di conoscenze,
si piega nel dolore, si tende nel desiderio. Platone stabilisce
la differenza tra maschile e femminile. E il femminile è
incompleto, mostruoso, è l'ombra del maschile. Così
l'anima diventa metafora del corpo. Viene somatizzata, anche
se si dubita che la donna ne abbia una. L'anima del filosofo
che produce pensiero e concetti è come un corpo di donna
che produce figli. La maternità è il modello segreto
dell'attività intellettuale. Platone usa immagini di
nascita e di partorienti per far capire la difficoltà
di accesso alla verità. Dimentica in modo strategico
la differenza tra anima e corpo, tra maschile e femminile. Ma,
nonostante l'oblio, recupera il linguaggio del corpo, il linguaggio
della sessualità femminile. Nei dialoghi platonici il
corpo è presente: l'interlocutore suda, arrossisce, si
arrabbia, è attaccato alle proprie opinioni, deve arrendersi
con visibile e corporea fatica all'evidenza. La sua è
una sorta di resistenza fisica e affettiva. La donna però
non diventa, col funzionamento del suo corpo, modello dell'intelligenza
maschile: il corpo è l'ostacolo, e secondo Platone lascia
intravedere ciò che il femminile può significare.
Se l'anima è come un corpo, è perché non
è perfetta l'attività intellettuale. Viene riproposto
il primato assoluto del maschile sul femminile. Primato da cui
ancora oggi è faticoso liberarsi.
Nel
mondo antico non si trova la parola "amore" intesa
nella concezione che ne abbiamo oggi. Con questa parola si tenta,
dall'Alto Medioevo in poi, di amalgamare i segmenti di vita
e sapere, di corpo e anima, di impulso e parola, che l'antichità
ci restituisce invece ancora disgiunti. La tradizione dei Padri
della Chiesa tenta di spiegare e di insegnare, riuscendoci benissimo,
che deve essere la frase "ti amo" insieme al matrimonio
a siglare il rapporto sessuale, e che prima di esso un valore
fondamentale è la verginità. La vita diventa bianco
o nero: verginità assoluta e astinenza dal desiderio
prima del matrimonio, o per tutta la vita se si sceglie la spiritualità,
rapporti sessuali atti alla procreazione dopo il matrimonio,
e mai più al di fuori di esso. Scende sul sesso l'ombra
del peccato: che sia una questione di ragioni squisitamente
pratiche (con la fedeltà matrimoniale della donna dovuta
al marito, la discendenza è così al riparo da
figli illegittimi) o un problema di ordine morale, il risultato
è sempre lo stesso, ovvero la tendenza a reprimere pulsioni
e fantasie, la volontà di ordinare, ingabbiare, precludere.
Amore e sesso non possono più essere divisi, ma devono
necessariamente camminare insieme sullo stesso binario, senza
mai cambiare direzione e continuando paralleli.
La
concezione della sessualità e della sensualità
nel mondo antico e il suo cambiamento avvenuto in epoca cristiana
possono fare riflettere sul cammino che uomo e donna hanno percorso
o hanno subìto nel tempo, fino ai giorni nostri: l'evoluzione
deve portare anche a una conoscenza del passato e a una riconsiderazione
dei concetti e dei valori che necessariamente sono mutati nel
corso dei secoli.

Biografia
per approfondire:
Eros Tiranno di Giulia Sissa (2003)
Quando le donne avevano l'anima di Giulia Sissa (2000)
Verginità e castrazione nel mito greco di Iakov Levi
(2002)